Psicoterapia

Cognitivismo

Nell’ottica cognitiva, la funzione fondamentale di ogni sistema individuale di conoscenza può essere considerata la capacità di costruire anticipazioni (previsioni) rispetto a ciò che può accadere dentro e intorno a sé, così da poter programmare adeguatamente le proprie azioni in funzione degli scopi attivati in ogni specifico momento. Le previsioni costruite possono essere più o meno “vere”, rispetto alla realtà concreta, ma ciò che conta è il fatto che rappresentano modelli utili per muoversi ed orientarsi all’interno del proprio mondo.

Talvolta le nostre previsioni non vengono confermate dai vincoli della realtà ed è proprio grazie a questo che è possibile arricchire il sistema di conoscenza articolando maggiormente i nostri modelli del mondo. Fondamentale è che il sistema sia in grado di adattare le proprie strutture conoscitive ai nuovi dati, andando così in contro ad uno sviluppo e ad una crescita personale.

Da queste premesse è possibile affermare che l’efficienza, la capacità di adattamento alla realtà, la salute, l’equilibrio (la normalità) di un sistema sono strettamente connessi con la sua capacità di costruire modelli percorribili del mondo, formulare anticipazioni degli eventi funzionali al raggiungimento o all’eventuale modifica dei propri obiettivi e accogliere le falsificazioni e modificarsi di conseguenza, in modo da produrre nuove previsioni utilizzabili per gli stessi scopi.

Ogni sistema conoscitivo evolve gradualmente verso livelli di maggiore complessità e ordine interno cercando di mantenere un proprio equilibrio. Tale equilibrio non può considerarsi raggiunto una volta per tutte, poiché deve ristrutturarsi continuamente in rapporto alle validazioni e invalidazioni cui va in contro nella sua relazione con il mondo, mantenendo integro il senso dell’identità personale (Guidano, 1988). Un processo di crisi o di scompenso può verificarsi quando nel confronto con la realtà alcuni schemi centrali connessi con l’identità personale affrontano un processo d’invalidazione che determina la necessità di un riordinamento complessivo talmente ampio da superare la loro capacità di ristrutturazione.

Psicoterapia cognitivo-comportamentale

La psicoterapia cognitivo-comportamentale (Cognitive Behavioural Therapy, CBT) è una delle più diffuse per la terapia dei disturbi psicopatologici, in particolare dei disturbi d’ansia e dell’umore. Nasce negli anni sessanta a partire dal lavoro di Aaron Beck.

Il termine “Cognitivo” si riferisce all’insieme dei processi cognitivi che prendono forma all’interno della mente (pensiero, ragionamento, attenzione, memoria, ecc.), mentre “Comportamentale” ai comportamenti manifesti (azioni e condotte).

Questa terapia rappresenta lo sviluppo e l’integrazione delle terapie comportamentali e di quelle cognitiviste; è adattata al trattamento individuale, di coppia, di gruppo e di breve durata.

Il terapeuta istruisce il paziente ed assume il ruolo di “consigliere esperto” permettendo di evidenziare cambiamenti e miglioramenti; grazie all’utilizzo di strumenti e strategie, egli aiuta l’utente, che conosce se stesso meglio di chiunque altro, ad esplorare il proprio mondo interno.

La terapia cognitivo-comportamentale è finalizzata a individuare e modificare quelli che la teoria di riferimento definisce pensieri distorti, emozioni disfunzionali e comportamenti disadattivi del paziente, con lo scopo di facilitare la riduzione e l’eliminazione del sintomo o del disturbo psicologico.

A differenza di altre psicoterapie, si focalizza prevalentemente sul presente cioè si orienta alla soluzione dei problemi attuali, poggia su una base sperimentale e un metodo scientifico e la sua efficacia nel trattamento di numerosi disturbi psicopatologici è stata convalidata empiricamente.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale spiega il disagio emotivo attraverso una complessa relazione di pensieri, emozioni e comportamenti. Gli eventi influenzano le nostre emozioni e i pensieri e i comportamenti determinano la loro intensità e durata. Ognuno di noi ha modalità tipiche di pensare e agire (chiamati “schemi”) che possono produrre malessere. Individuare e modificare tali schemi, dei quali spesso non siamo consapevoli, è lo scopo di tale percorso.

Nella psicoterapia cognitiva, la sofferenza sorge quando le persone provano emozioni negative come ansia, depressione, rabbia, colpa o vergogna. Simili emozioni appartengono alla vita quotidiana ma, in alcuni casi, possono essere troppo intense o durare troppo a lungo: se commettere errori sul lavoro ci fa stare male per giorni, se ci sentiamo nullità di fronte ad ogni fallimento, se la paura di essere giudicati dagli altri o sentirsi responsabili del dolore altrui diviene intollerabile (ecc.), probabilmente siamo di fronte ad un problema emotivo.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale descrive come le emozioni dolorose spingano le persone a comportamenti che possono dare un sollievo apparente e immediato ma che si rivelano controproducenti e dannosi (ad es. abuso di alcol e sostanze, restrizione alimentare, ritiro dalla vita sociale, ripetizione compulsiva di atti, ecc.); in altre occasioni possono incidere sui rapporti interpersonali creando relazioni di dipendenza o contrasto e insoddisfazione che non aiutano a vivere bene.

Tra gli obiettivi di questo tipo di terapia, raggiungibili attraverso un’azione attiva su emozioni, pensieri (o schemi cognitivi) e comportamenti, possono essere annoverati il migliorare il giudizio di sé, il vivere meglio e il raggiungere i propri scopi di vita.

Oltre alla terapia convenzionale svolta “in studio”, tale indirizzo prevede spesso anche dei compiti che i pazienti possono svolgere a casa come parte integrante della loro terapia (i cosiddetti “homeworks”).

La terapia cognitivo-comportamentale è evidence-based: studi scientifici controllati hanno dimostrato la sua efficacia nel trattamento della maggior parte dei disturbi psicologici (ad esempio la depressione maggiore, il disturbo di panico, la fobia sociale, il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo ossessivo-compulsivo, i disturbi dell’alimentazione, le psicosi).
Altre ricerche condotte sia a livello nazionale (es. Istituto Superiore della Sanità) che internazionale (es. Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno dimostrato che la psicoterapia cognitiva ha un’efficacia maggiore o pari agli psicofarmaci nella cura di molte patologie psichiatriche. Se paragonata agli psicofarmaci, inoltre, risulta essere più utile nella prevenzione delle ricadute. In alcuni disturbi (es. disturbo bipolare, psicosi), tuttavia, il trattamento farmacologico continua ad essere indispensabile.
È stato anche provato che questo tipo di terapia è efficace indipendentemente dal livello d’istruzione, stato sociale e reddito della persona che richiede il trattamento.

E’ necessario annotare, tuttavia, che a differenza delle prescrizioni mediche, l’efficacia della psicoterapia dipende da svariati fattori soggettivi, come ad esempio la competenza dello psicoterapeuta e il livello di motivazione del soggetto.

Psicoterapia cognitivo-costruttivista

La Psicoterapia Cognitivo-Costruttivista si basa sul presupposto che tutte le volte che l’uomo ha una percezione (sento un rumore, vedo qualcosa, tocco una cosa, ecc..) prova un’emozione e formula un pensiero o un giudizio, compiendo così un’azione costruttiva, cioè costruisce attivamente la realtà e la sua personale esperienza. Non c’è una verità o un unico mondo reale, ma esistono diverse versioni della realtà e del mondo, tante quante sono le persone, poiché ognuna ha una parte attiva nel costruire la realtà stessa, in base alle sue credenze, ai suoi valori e ai suoi schemi mentali.

Questi schemi mentali possono trasformarsi in limiti: ad esempio, se una persona è convinta che non imparerà mai a sciare, non proverà mai a farlo e così confermerà la sua (falsa) credenza e davvero non imparerà mai.

Idee e convinzioni, attraverso cui l’uomo costruisce la realtà, possono limitare la libertà e causare disagio. E così avviene quando non si riescono a “integrare” emozioni e i vissuti nella storia personale o nell’immagine di se stessi.

Non è quindi la realtà in se stessa a porre limiti o causare sofferenza, ma il modo di in cui ciascuno la vive e la interpreta, spesso a livello inconsapevole, in base alla propria storia di vita e agli schemi di funzionamento appresi.

Attraverso il dialogo, lo psicologo cognitivo-costruttivista aiuta il paziente a:

  • riconoscere gli schemi attraverso cui le persone costruiscono la propria realtà
  • comprendere dove e come essi si siano sviluppati
  • trovare le risorse per rimodellarli e individuare le parti di se stessi da integrare
  • mettere in atto cambiamenti positivi.

Il lavoro terapeutico è un processo di ricerca all’interno del quale paziente e terapeuta svolgono i ruoli distinti e complementari rispettivamente di ricercatore e di supervisore alla ricerca: il paziente è l’esperto rispetto all’oggetto della ricerca (il suo sistema di conoscenza, le sue sensazioni, i suoi pensieri, le sue emozioni, ecc.) poiché è l’unico ad avere la possibilità di un contatto diretto con esso; il terapeuta è l’esperto rispetto al metodo e il suo compito è quello di suggerire gli strumenti, le procedure e i tempi per portare avanti l’intero processo. In questo lavoro la logica è quella della ricerca scientifica: non esistono verità, ma solo ipotesi più o meno attendibili che devono essere verificate, ipotesi che saranno considerate valide solo nella misura in cui non si riesca a invalidarle e il paziente le viva come coerenti con le altre regole del suo sistema di conoscenza e congruenti con le sue sensazioni emotive. L’obiettivo della ricerca è la ricostruzione delle caratteristiche degli schemi prevalenti del sistema di conoscenza del paziente, della loro influenza sul suo comportamento e dei processi di costruzione dei significati. Alcune di queste strutture e di questi processi sono più facilmente accessibili per la coscienza, altri più difficili o addirittura impossibili da rappresentare a questo livello. Comunque, sia che ci si proponga di ricostruire strutture conoscitive più facilmente accessibili alla coscienza o strutture della conoscenza non consapevole, è il paziente stesso che dovrà effettuare la ricostruzione delle conoscenze relative a se stesso. Compito del terapeuta è aiutarlo ed accompagnarlo nel percorso di autoconoscenza, indirizzandolo (spingendolo a “guardare”) nelle direzioni potenzialmente più utili e sostenendolo nei momenti emotivamente più difficili, senza offrire proprie interpretazioni o conoscenze “preconfezionate”. Per risultare efficace ai fini del cambiamento, l’acquisizione di nuove conoscenze su di sé non può essere esclusivamente razionale, ma deve essere sentita e rivissuta emotivamente.